"Questo film è apocalittico, senza speranza".
Così lo presenta Garrone, il suo regista, a Cannes, ma in realtà Gomorra, il film, più che un'apocalisse è un'ipocalisse, una "rivelazione" che viene dal basso, sia dai bassifondi dove un'umanità disperata (ma senza saperlo di essere) si muove, sia dalle viscere che hanno spinto Roberto Saviano a scrivere il suo libro, libro dalla cui sostanza il film attinge, ma che dal libro si discosta per diversi motivi. Badate, non è il luogo comune del "meglio il libro che il film", perché questo è un'opera esemplare, forse una delle migliori rese cinematografiche tratte da un libro, ma non per questo ne è una fedele trasposizione.
E non perché ne racconti solo una parte degli episodi (sono 5 i filoni del film, contro le decine del libro), ma perché sceglie un punto di vista che predilige una visione distaccata, quasi documentaristica (ma Gomorra di Garrone non è un documentario, cioé, non lo è in senso stretto e lo vedremo dopo) e soprattutto senza indagare - volutamente - la struttura economica che pervade il libro, focalizzandosi piuttosto sugli effetti che quell'economia produce.
Garrone scrive: non c'è sequenza del film in cui il denaro non compare.
Ora non ricordo le sequenze, ma laddove non compare, se ne parla e quando compare, è sempre sottoforma di banconote sudicie e stropicciate, contate da dita impazienti ed occhi ora svogliati, ora furiosi.
In Gomorra di Garrone non si parla di boss, ma della manovalanza. Una scelta voluta, come voluta è l'assenza di una lotta del bene contro il male, per cui è predominante la descrizione asciutta e distaccata d'un insieme di vite si, borderline, ma che vivono accanto alla rispettabilità d'una vita "normale" che ci si ostina a condurre a pochi km da tutti i luoghi teatro dei fatti narrati. E questa distanza si azzera in ogni momento, perché basta spostare appena lo sguardo e ti rendi conto che non esistono confini, non ci sono strade da percorrere, non ci sono muri da scavalcare: è tutto attorno a noi, sempre e comunque.
Però Gomorra di Garrone non dispensa morali, anzi: la sua forza di ipocalisse è proprio nella sua
amoralità. Non dà giudizi e ci lascia attoniti nel cercare di capire cosa sta succedendo, se ne siamo capaci.
E qui veniamo alla scelta della narrazione del film che molti hanno criticato, secondo me, perché troppo condizionati dalla logica del gangster movie, magari pulp, tarantiniano o Scorzesiano oppure alla criminalità raccontata in un altro film (l'unico altro film, a mia memoria) che descrive le dinamiche della camorra negli anni '80 (Il Camorrista del più "americano" dei nostri registi, Giuseppe Tornartore).
Ecco, chi si aspetta una narrazione dove le storie siano collegate in un intreccio alla Inarritu (in stile Babel o Amores Perros per capirci) allora ci resterà male.
Gomorra (il film) non ha capo né coda. Diciamo che comincia in medias res. Ci troviamo subito in un bagno di sangue, in un solarium: una strage di uomini nudi che si consuma nella luce impietosa dei raggi UVA. Il regista avrebbe voluto iniziare con le prime pagine del libro: il container che si apre rovesciando i cadaveri congelati dei cinesi, ma la compagna di Garrone - un'ex domatrice di elefanti di Sant'Antimo, provincia di Napoli, conosciuta sul set del film - gli ha raccontato che i camorristi di ultima generazione ci tengono all'immagine, frequentano i centri estetici, si abbronzano, ridono, scherzano sempre colle armi appresso, poi magari si ammazzano mentre un secondo prima scherzavano. Ed è così che Garrone decide di iniziare. Esecuzioni sotto i raggi UVA e su una poltrona per manicure. Una strage senza un perché.
Pare che avvenga sempre questo nel film: si muore senza un perché o, meglio: nessuna motivazione viene sciorinata, tutto pare avvenga perché non può essere altrimenti.
In realtà le dinamiche sono più complesse, non si esauriscono con gli spari e le urla. Laddove non arriva il film a spiegare, comunque, ci pensa Saviano col libro.
Qualcuno, anzi, ha scritto che il film ha come colonna sonora spari ed urla.
In effetti quel che mi ha più spaventato son state queste sparatorie con ululati belluini, ma non perché arrivassero all'improvviso, facendomi saltare sulla poltrona. No, si tratta di un orrore diverso: scoprire questa incapacità di comunicare se non con la violenza, la sopraffazione, la ferocia. La ferocia anche delle frasi senza senso urlate per scaricare l'adrenalina, magari montata pippando cocaina.
In Gomorra, volutamente, manca l'empatia che ci sarebbe stata in un film come Quei Bravi ragazzi:
volutamente, ripeto, è un film "freddo", dallo stile distaccato (se si esclude qualche panoramica, delle scene a camera fissa e pochi piani sequenza, il resto è tutto girato con la telecamera a mano, spesso alle spalle degli attori [la vestizione dell’adolescente Totò durante la sua iniziazione ad esempio]), uno stile che può indurre lo spettatore ad indignazione o pietà o disgusto, ma non ad identificarsi o a parteggiare. Chi vede è testimone, della sua complicità si renderà conto - se vuole - appena dopo il film.
Paradossalmente il film è più "parsimonioso" del romanzo: laddove Saviano carica quasi baroccamente (ma senza mai stroppiare) la sua scrittura, Garrone sottrae alla sua regia ogni tentazione di virtuosismo.
Non deve fare il Tornatore di turno, deve mettere il suo occhio a disposizione della storia, punto.
Da qui lo stile quasi documentaristico, come anche molti più titolati di me hanno notato. Quel quasi,
badate, è importantissimo: cerchiamo su wikipedia la definizione di documentario: Un documentario è un film di carattere culturale, informativo, sociale, politico, scientifico, divulgativo, inteso come atto creativo o semplicemente finalizzato alla diffusione della conoscenza di diversi aspetti della società e dello scibile umano. Nel primo caso abbiamo il documentario di creazione o d'autore, inteso come opera cinematografica senza necessariamente fini informativi, mentre nella seconda ipotesi si parla di documentario divulgativo.
A dire il vero non segue neanche la scuola del Dogma di Lars Von Trier, quella del realismo a tutti i costi: un esempio su tutti: Garrone dice che il fruscio dei soldi contati è stato mixato negli stessi studi in cui han lavorato sui suoni di Apocalypse Now: una simile scelta tecnica sarebbe stata deprecata da qualsiasi sostenitore di quella scuola cinematografica.
Quindi Gomorra cos'è? La definizione più vicina potrebbe essere quella di docu-drama o docu-fiction. Perché il film Gomorra è uno straordinario documento, sia perché le storie sono vere (o verosimili), sia perché molti degli interpreti sono tutti delle zone-teatro delle vicende, e soprattutto perché hanno collaborato, con le loro testimonianze e le loro esperienze a dare "realismo" all'opera (tra le tante testimonianze Garrone ricorda un dialogo, al limite del grottesco, tra alcune comparse su chi debba sparare in una scena del film: ognuno vuole avere questo onore, magari anche chiudendo un occhio che sia solo una finta esecuzione). Sarebbe interessante, con l'uscita del dvd, vedere se ci sarà un backstage che racconti i retroscena sul come il film sia stato girato, magari con i cambiamenti "work in progress" nati dai suggerimenti degli attori. Se è vero, come scrive Stephen King che "è la storia, non colui che la racconta", in questo caso è verissimo che "sono gli interpreti con la storia, non colui che la racconta" a fare la differenza.
E passiamo, appunto alle storie: quelle che si intrecciano (ma solo nel montaggio) nel film sono cinque.
C'è:
· la storia di Totò (Salvatore Abbruzzese):che viene iniziato al Sistema e perde la sua innocenza;
la storia di Franco (Toni Servillo) e Roberto (nome usato per omaggiare Saviano, lo interpreta Carmine Paternoster:), che tratta del traffico dei rifiuti tossici;
· la storia di Pasquale (Salvatore Cantalupo), sarto che insegna dietro lauti pagamenti la sua arte
ai cinesi per emanciparsi dal suo lavoro sottopagato e sovrasfruttato dal Sistema;
· la storia di Don Ciro (Gianfelice Imparato) che fa il "sottomarino", cioé colui che porta i soldi,
per conto del suo clan, alle famiglie che hanno un congiunto incarcerato;
· la storia di Marco (Marco Macor) e Ciro (Ciro Petrone), detto Piselli’, due giovani che
voglionoil mondo ai loro piedi. Hanno la testa dove i film come Scarface hanno cagato scorie e non se ne rendono conto, sino a pagare colla vita questa loro incoscienza.
Di queste cinque, due storie sono anche "didascaliche" (quella di Franco e Roberto e quella di Totò), le altre tre sono più personali, ricostruzioni di vicende comunque emblematiche.
La storia di Franco e Roberto
è un piccolo trattato di traffico e "riciclo" di quanto più dannoso le industrie producano. Qui si va aldilà della munnezza rovesciata per strada, anzi, si va al cuore del problema (che poi mi piacerebbe
riprendere con un post ad hoc) e lo si fa seguendo la via crucis di questi rifiuti:
1. L'individuazione dei siti di stoccaggio (di solito cave ricavate magari erodendo colline per ricavare materiale per le costruzioni: Franco ad un certo punto saluta un imprenditore edile intercorso in un incidente al suo cementificio perché indietro con dei pagamenti, una volta risolto quello spazio enorme fa proprio all'uopo per scaricare e coprire bidoni di residui industriali);
2. La contrattazione con l'industriale di turno (in questo caso un veneto) che, alla presentazione di costi dimezzati (25 centesimi contro i 50 che solitamente paga per un chilo di materiale da smaltire), solleva lo scrupolo del lavoro "pulito": «L'importante è che sia clean, come dicono in America». Qui Franco/Servillo indossa il sorriso dell'imprenditore serio e professionale, che in un italiano impeccabile per sintassi e dizione, rassicura l'industriale che tutta la certificazione è più che in regola: una menzogna che sazia l'ipocrisia;
3. Il deposito dei bidoni nella cava individuata: una decina di tir li scaricano ed un bulldozer li ricopre di terreno. Qui avviene un altro degli episodi del libro che han colpito Garrone: uno degli autisti dei camion rovescia un paio di bidoni e rimane ferito dal contenuto, gli altri camionisti si ribellano e lasciano i mezzi lì, nella cava, dove nessun altro sa guidarli. Allora Franco si allontana col suo suv e ritorna dopo poco con una squadra di ragazzini che, opportunamente attrezzati con dei cuscini da piazzare sotto il culo, si mettono alla guida dei camion e li portano via, sotto lo sguardo di Franco che dirige quella coreografia meccanizzata;
4. L'acquisto di un terreno agricolo per sversare altri rifiuti tossici da una famiglia di contadini, ma questo punto - fondamentale per me - lo approfondiremo dopo.
La storia di Totò
invece è una ricostruzione dell'iniziazione di un ragazzino al Sistema.
1. Ci si avvicina perché curiosi o semplicemente perché a Scampia (come a Casal di Principe) hic et nunc se vuoi riuscire nella vita, quella strada devi intraprendere: Totò lo fa raccogliendo una pistola ed una busta di plastica con dentro le dosi: due "feticci" mollati da un altro ragazzo prima di venire beccato in una retata. li porta a quelli del clan di Di Lauro che stanno contando le perdite. Totò è nu bravo guaglione e quindi può essere "iniziato";
2. L'iniziazione è qualcosa di agghiacciante e spietato. Qualcuno dice che sia un'invenzione letteraria, Saviano sostiene che sia realtà: i ragazzi (nel film pare non arrivino a vent'anni), sono convocati in un sotterraneo. A turno entrano in una stanza buia, gli viene fatto indossare un giubbotto anti-proiettili e gli si punta una pistola contro: "tieni paura?" chiede il camorrista armato al ragazzino di turno: "si" o "no" sono le risposte di prassi. Qualunque sia la risposta, il colpo viene esploso, il corpo del ragazzino vola e cade a terra, ci resta per qualche secondo, poi, frastornato e acciaccato si rialza ed in silenzio esce dal buio, sotto gli occhi degli altri che aspettano fuori il loro turno. Il battesimo ha lasciato come pegno 'na mulignana (un livido) sul petto;
3. Totò inizia col fare il corriere: in uno zainetto gli mettono dentro le dosi da portare ai pusher e lui va in giro per le Vele e le consegna;
4. Il passo successivo è fare da palo, o, per meglio dire, da vedetta: segnalare tutti quelli che entrano nel complesso residenziale di Scampia, specie le auto sconosciute;
5. Ma la perdita dell'innocenza si avrà dopo: quando Totò, che fuori dal Sistema porta la spesa nelle case dal negozio di sua mamma, deve fare da esca per attirare in una trappola la mamma d'uno
scissionista, sospettata di essersi "cantata" qualcuno dei Di Lauro e per questo condannata a morte:
"Totò, ce stai o no?" gli dice uno dei suoi boss, durante una visita all'obitorio dove il cantato riposa in pace, "eh, mo ce penso", risponde il ragazzino, affezionato alla donna, "no, tu nun''e penza', ca penzammo nuie, che ‘e fa? ce stai? pecché si nun ce stai da cca nun te ne vaie". E Totò ce sta. E perde la sua innocenza.
Le altre tre storie (quasi perfetta trasposizione della loro descrizione nel libro), invece testimoniano le scelte più o meno fatali che fanno Pasquale il sarto, Don Ciro il "sottomarino" e la coppia di sbandati Marco e Ciro.
Cominciamo da questi ultimi perché la loro idiozia è esemplare. Marco e Ciro potrebbero tranquillissimamente essere due bulli in una qualsiasi scuola di qualsiasi città italiana. Potrebbero
benissimo andare in giro a picchiare handicappati filmando l'impresa col cellulare, considerando le loro azioni nulla di deprecabile, anzi. Ovvio che anche nel loro caso la pulsione economica è dominante, ma non si tratta di possedere il denaro per arricchirsi, ma del fatto che - senza denaro - tanti sfizi non te li puoi togliere.
Quando decidono di rapinare la sala giochi dove stanno oziando, il discorso che precede il furto è
esemplificativo: "avimmo fernut''e sorde, fra', facimme na rapina cca ddinto", "ma si scemo? Cca
ddinte?!" " 'e che ce vo? avimme fernut''e sorde!" e via così per un'altra manciata di secondi. Poi
partono con la rapina. Una specie di bancomat con le pistole come tessera e le urla - le solite violente, belluine urla - come codice pin.
Il vuoto pneumatico di due esistenze (non li vedremo mai con le famiglie: girano sempre in coppia, sia che vadano a rubare la droga agli spacciatori africani, sia che vadano al night, sia che - in mutande - in riva al mare, sparino con gli M16 o K45 che hanno trafugato da un arsenale di un clan) destinato a riempirsi di miti senza sbocchi, con uno dei due che continua a ripetere che lui vuole campare 30 anni e non capisci se 30 anni ancora o sino a 30 anni. Comunque la speranza viene disillusa, come se morire crivellati da proiettili ce l'avessero scritto nel dna.
Oppure, semplicemente, come dice Garrone: «All'inizio certe cose mi lasciavano di stucco. Poi pian piano mi sono accorto che mi abituavo, non mi sorprendevo più di niente, come accade alla gente che vive lì. Ci si abitua, a tutto credo. [...]E ti accorgi di come sia facile cadere in certe dinamiche criminali, perché esiste un meccanismo intorno a te, degli ingranaggi che ti stritolano senza che tu te ne renda conto». Ti abitui ai cecchini o alle bombe in Iraq, figurati se non ti abitui ad un way of life così cool da non passare mai di moda?
La storia di Don Ciro il "sottomarino" racconta un retaggio "ereditato" dalla NCO (Nuova Camorra
Organizzata): quando un membro del clan viene arrestato o ucciso, si attinge ad un fondo comune e si dà un sussidio alle famiglie dell'affiliato. Ovvio che non tutti sono felici del trattamento economico (l'avvento dell'euro incide anche sulle darie che elargisce il Sistema) e gli infelici si lamentano con il sottomarino.
Don Ciro dice: farò presente e va via, impassibile e mesto. L'attore, Gianfelice Imparato, è eccezionale: insieme a Salvatore Cantalupo che interpreta Pasquale il sarto, sono due autentiche rivelazioni per me (ma sono tutti bravi, anche se la spontaneità aiuta non poco).
Il don Ciro che aiuta Maria (la cantante neomelodica Maria Nazionale, che interpreta la mamma d'uno scissionista, quella che verrà poi uccisa grazie al tradimento di Totò) ad asciugare il pavimento di casa con una cortesia squisita e disinteressata è lo stesso Don Ciro che, in piena guerra tra il clan Di Lauro e gli scissionisti, fa finta di non vederla e non sentirla quando i boss, dopo averle tagliato la provvigione, dicono al sottomarino che a lei non spetta più nulla, quindi non deve considerarla. E' un uomo pavido, che vorrebbe sopravvivere e tagliarsi fuori dalla guerra in atto, ma non può. Lui è meccanismo di questa guerra, al massimo deve stare attento a non entrare in certe case o in certe zone, però deve continuare la sua missione. E lui si adegua: guardandosi allo specchio, sotto il suo giubbotto color crema, ne indossa uno anti-proiettili e continua a portar soldi a chi li meriterebbe.
Quando prova a vendersi agli scissionisti, viene accolto con il disprezzo che si elargisce ai traditori.
Cosa vuole Don Ciro? Non lo sa che è una guerra? "nuie amma' fa 'e punti, amma fa ‘e muorte, ce serven''e sorde".
'E punti, 'e sorde. Il Sistema è come GTA IV, ma senza comprare la playstation 3.
La storia in cui più si prova simpatia per il protagonista è quella di Pasquale il sarto.
Assistiamo prima ad una breve asta che una casa di moda tiene in un'aula scolastica al cospetto dei
padroni di tante sartorie in nero che popolano la zona di Secondigliano, nel nord di Napoli. Le vere officine della moda dove maestranze, tanto esperte quanto sfruttate, creano abiti in un numero limitato, per circuiti dell’alta moda.
E tra i sarti esperti Pasquale è un maestro.
Uno che fa questo lavoro perché lo ama, ne ha passione, come sa benissimo il suo titolare.
Una passione che Pasquale sa anche trasmettere, cosa che sa benissimo invece un concorrente cinese: le sartorie dei cinesi sono in crisi: ormai nella loro madrepatria i costi sono più bassi che in Italia, quindi anche gli immigrati cinesi, che hanno distrutto economie tessili come quella pratese per esempio, sono vittime della stessa guerra economica: “è la globalizzazione, bellezza”. Per cui l'unica maniera di non morir di fame è darsi all'eccellenza: basta abiti da pochi soldi, bisogna puntare all'alta moda, roba da sarti strafinissimi e Pasquale è il più fine degli strafinissimi. Deve solo impartire lezioni: dieci, solo dieci lezioni, pagate duemila euro l'una.
Preso per il culo da una vita dal suo titolare, Pasquale si piega a questa ragione, che solo economica non è: i cinesi lo accolgono con gioia e rispetto: lo chiamano maestro, un massaggio all'ego, dopo quello al portafogli, a che prezzo poi? L'unica è stare nascosto nel bagagliaio dell'auto con cui lo portano da casa sua alla "scuola di moda" cinese.
Come finirà lo sapete già, se avete letto il libro.
Una critica stupida che è stata mossa all'episodio (d'altronde era anche lo stesso critico amatoriale che ha storto il naso perché Garrone non ha fatto un film pulp) è stata: "ma perché l'abito che Pasquale scopre d'aver cucito guardando in tv una sfilata di stars su un red carpet, lo indossa Scarlett Johansonn e non Angelina Jolie come è scritto nel libro? Problemi di copyright?". Bene, attaccarsi a queste cose è questione di lana caprina. Anzi no, di seta finissima.
Per chiudere, vorrei ritornare sull'ultimo punto della prima storia, quella di Franco e Roberto.
Nell'ultima sequenza che li riguarda, una parte delle scene si svolgono attorno al letto d'un contadino gravemente ammalato: al capezzale ci sono la moglie e Franco, in un angolo c'è Roberto che osserva in silenzio, in piedi, nervosamente, ci sono i due figli del contadino, che, tramite loro - gli fanno da interprete visto che lui si esprime in rantoli e sibili - si lamenta con Franco.
Si lamenta che quella scaricata nella loro terra non è solo munnezza, c’è pure dell’altro e che i soldi sono pochi, che non ce la fanno, che i debiti li strozzano.
Franco, sulle difensive, dice che lui non può farci nulla, che le tariffe sono quelle e non può offrire di più, altrimenti dovrebbe pagare di più anche altri contadini e inoltre il loro terreno non si può più sfruttare ché l'hanno riempito tutto. Al che moglie e figli dicono che capiscono la questione, ma hanno pronta la soluzione: un altro appezzamento di terra, anche più grande di quello che finora è stato usato per sversare il tossico. Solo che lui, Franco, deve fare arrivare più camion e magari pagare di più per ogni barile sversato. Va bene, acconsente Franco, immediatamente reso più disponibile da quell'inattesa opportunità.
Chi invece non sopporta più è Roberto: costretto a buttare via delle pesche che una vecchina gli regala per la visita in quella masseria ("buttale subito, nun siente comme fetano?" gli dice Franco, dopo che, avendole accettate sorridendo, accosta col suv al bordo d'una strada), dice a Franco che lui vuole smetterla, che questo lavoro non fa per lui e che lui, Roberto, non è come Franco, è diverso.
E Franco gli svela la verità definitiva: non tanto il fatto che non sia lui ad aver inventato l'amianto e le altre schifezze da tumori, bensì che questa gente lo sa. Lo sa e gliela cede la terra, gli cede i campi, i pozzi artesiani, i corsi d'acqua per farci sversare i veleni che poi li uccidono.
Perché la questione, la vera questione, è tutta qui: la Camorra, il Sistema funziona non solo perché ha traffici illeciti, non solo perché investe in attività "clean" i ricavi di quei traffici: la vera forza del Sistema è che ti rende corresponsabile, complice, correo del suo male.
Che tu sia contadino che vende i suoi terreni per pagarsi le medicine con cui curarsi dai veleni che sempre tu hai voluto colati sopra, che tu sia impiegato, pensionato che vuole moltiplicare in pochi mesi i modesti risparmi affidandoli ad un clan, in cambio di tenere in casa delle dosi o delle armi per qualche tempo, che tu sia un grande nome dell'alta moda che non solo appalta i vestiti di lusso a sartorie in nero, ma permetti che con il tuo marchio originale, si facciano vestiti da vendere nei negozi della camorra in giro per il mondo, perché comunque è pubblicità anche quella, anche se non prendi un centesimo (tanto guadagni sul subappalto in nero di capi di moda prestigiosi), in ogni caso, tu non puoi non sapere.
Scegli la strada da percorrere e sai perfettamente chi è il tuo compagno di ventura: lui ci ha messo i soldi per le spese del viaggio, quelli per la benzina, magari giunti a destinazione ti regala anche l'auto: però prima di salire ha aperto il bagagliaio, ti ha mostrato il cadavere a pezzi chiuso lì dentro e ti ha chiesto: che fai, mi accompagni?
E' la rivoluzione che ha inserito questa nuova forma di criminalità: non solo ti rende consapevole dei rischi a cui vai incontro, ma ti offre l'opportunità di scegliere o meno di partecipare. E una volta che partecipi, non puoi tirarti indietro. O non vuoi.
Per questa ragione il film è importante: non ti permetterà di identificarti o di mitizzare dei personaggi, ma ti permette di guardare l'abisso, come fa il libro di Saviano, di farti scorgere anche la pozzanghera sul suo fondo da cui il tuo riflesso ti scruta: guardare (e guardarti) e assumerti le responsabilità è una scelta, chiudere gli occhi e mentire a te stesso è l'altra.
Cosa vuoi fare?
p.s.
Mentre cercavo materiale, mi son ritrovato a leggere alcuni commenti sul film nel forum del sito di
www.mymovies.it, vi riporto quelli che mi hanno colpito, leggete e capirete anche perché, mi han colpito...
[19/05/2008] di saviano vergogna
E' un film da CENSURARE PER IL RISPETTO DI TUTTI I CAMPANI per la nostra immaggine a livello mondiale. Se lo scrittore nel suo libro parlava delle cose belle della campania della sua storia delle sue tradizioni dei luoghi stupendi da vedere molto probabbilmente non aveva tutto questo successo. Per me questi scrittori sono la rovina della società perche sfortunatamente tanta gente che non conosce tutto a 360° si ferma solo a quello che gli diciamo a quello che gli facciamo vedere e gli facciamo leggere.
[19/05/2008] di enzo
E' una vergogna fare tanta pubblicità pessima alla nostra regione come se certe cose esistessero solo
qui da noi. Piuttosto che applaudire e scortare il caro scrittore Saviano lo citerei per danni se fossi il
presidente della regione. E veramete una vergogna. In tanti altri posti del mondo ci sono cose molto piu gravi ma non fanno pubblicità anzi le mettono a tacere. Come si dice i panni sporchi si lavano in casa sempre che sia vero che ci siano questi panni sporchi e che non sia solo fantasia dello scrittore che grazia alla sua pasienza di ritagliare anni di articoli di giornali e poi incollati e ricamati sta facendio la sua fortuna e non sta sicuramente aiutando nessuno.
[19/05/2008] di vinc
Come è facile parlare commentare raccontare giudicare senza conoscere nulla della realtà che ci
circonda lontato anni luce da quello che è il vero meccanismo che gestisce il tutto basta pensare che lo stesso Saviano pur di fare soldi e avere successo è sceso a compromessi per fare il film perche se è vero quello che ha scritto e quello che ci ha fatto vedere non credo che gli permettevano di girare il film in cambio di niente. Quindi mi domando e vi domando è proprio vero?? Il caro Saviano è da stimare?? o un'essere umano che predica bene e razzola male??
Avete letto?
Come?
Si, lo penso anch'io. Delle merde.
Alla prossima.